Raccolta degli articoli editi dallo studio su vari argomenti inerenti l’attività

Omessi versamenti e rischio bancarotta

Oggi sono molte, le imprese in crisi di liquidità, che cercano di sopravvivere ritardano quei (pochi) pagamenti ai fornitori che non bloccano l’attività e (soprattutto) ritardando i versamenti fiscali e previdenziali.

La pressione fiscale è così alta, che rinviare i versamenti di Iva, Inps, ritenute Irpef sui dipendenti può arrivare di DIMEZZARE gli esborsi monetari di un’impresa che abbia dipendenti.

Ci sono settori (per esempio le lavorazioni conti terzi, oppure le pulizie industriali) in cui il debito Iva è il 22% del fatturato (perchè c’è pochissima iva a credito) e le ritenute Irpef e Inps sono il 50% dei costi (perchè l’impresa vende – di fatto – solo lavoro).

In questi settori, decidere di non versare permette di praticare prezzi “sottocosto”, fino alla metà rispetto alla concorrenza. A quel punto, i clienti arrivano a frotte, senza bisogno di andarli a cercare.

IL DURC

E’ vero che, senza il Durc, dopo un pò i clienti non pagano più, ma la liquidà immediata che si crea può essere così elevata che anche giocando sul “dopo un po’” si portano a casa quattrini. Per chi lo fa di mestiere e conosce tutti i meccanismi che permettono di rateizzare il debito, il “dopo un po’” può durare anni.

Prima o poi, il fallimento arriva, ma quando arriva non è detto che emergano nè il falso in bilancio (basta iscrivere a bilancio tutti i debiti: queste imprese non hanno bisogno di credito bancario), nè la bancarotta fraudolenta per distrazione (la liquidità può essere prelevata in modo formalmente corretto, tipo compensi amministratori a CdA con elevato numero di amministratori, o società di servizi a latere, che fatturano all’impresa che non versa i contributi e le imposte). Nella mia esperienza, ha visto capolavori di questo tipo, soprattutto da parte di cooperative – dove la responsabilità è più “condivisa” e diluita e dove la (apparente) finalità sociale aiuta ad essere trattati con più indulgenza.

Queste che non versano, sono aziende DIVERSE da chi fa i “caroselli Iva”. Questa sono aziende vere, che hanno una storia magari dignitosa alle spalle, ma che decidono che – piuttosto di fallire oggi – possono ancora tirare avanti per 3-5 anni, dando da mangiare (a spese dell’Erario) a un po’ di famiglie.

[Su come funzionano i “caroselli Iva”, incidentalmente, trovate due miei lunghi articoli (tra le pubblicazioni) sul mio sito, riservati a chi chiede la password].

L’articolo Eutekne

Nell’articolo di Eutekne che qui richiamo è scritto che sul piano penale, questi comportamenti possono essere puniti per “operazione dolosa” (art. 223, comma 2 n. 2 dell’attuale Legge Fallimentare). Anche nel nuovo Codice della Crisi e dell’Insolvenza (che già è legge, ma che entrerà in vigore nel 2020) per ora vi è la conferma degli attuali reati fallimentari.

Il giornalista di Eutekne sembra intravedere – nella sentenza di Cassazione – una possibile ingiustizia, perchè l’unica vera colpa del condannato potrebbe essere quella di … aver finito i soldi!

Il rischio c’è.

Oggi praticamente TUTTE le imprese che vengono dichiarate fallite hanno omesso qualche versamento fiscale e/o previdenziale. Il problema è di distinguere tra chi non ha più versato solo negli ultimi mesi, per disperazione, e chi invece (pur destinato comunque a fallire) ha pianificato scientificamente l’omissione. E’ ovvio che la seconda categorie di persone cerca di mimetizzarsi nella massa della prima.

L’esperienza personale

Nella mia esperienza personale, ci sono sia dei casi (numerosi) di bancarottieri che la fanno franca fingendosi vittime incolpevoli di crisi di liquidità, sia dei casi (meno numerosi) di poveri cristi che finiscono magari di patteggiare l’operazione dolosa. Sempre che possano patteggiare: per un imprenditore avere qualche reato alle spalle è frequente come per un automobilista aver causato un incidende con colpa.

In teoria, la fattura elettronica e il nuovo Codice della Crisi e dell’Insolvenza dovrebbero ridurre entrambi i fenomeni.

In teoria.

Per ora, il Codice della Crisi e dell’Insolvenza (con relativa segnalazione di chi non versa, da parte di Inps e Agenzia delle Entrate) non è ancora entrato in vigore. E la fattura elettronica sta solo causando problemi a commercialisti e imprese.

Eutekna-Omessi versamenti non punibili L’articolo Eutekne

Falso in bilancio – I video

E’ ora disponibile una serie di video sul falso in bilancio. Vengono trattate le voci di bilancio che più frequentemente vengono falsificate ovvero:

  • magazzino
  • crediti diversi;
  • svalutazione crediti;
  • immobilizzazioni immateriali;
  • partecipazioni;
  • fondo rischi;
  • imposte anticipate;
  • sanzioni tributarie

Ho frazionato il mio discorso su temi specifici, un video per ogni tema (voce di bilancio). In questo modo i video sono brevi (max 15 minuti) e focalizzati.

Questi video rappresentano il distillato della mia esperienza.

Qui il link al primo video “Rimanenze di magazzino

Video su Usura Bancaria

Ho preparato una serie di video in cui offro alcune mie riflessioni sull’usura bancaria, che ho conosciuto sul piano tecnico quale commercialista “forense”.

Questa sezione raccoglie la serie di cinque video pubblicati sull’usura bancaria. Sono frutto delle mie esperienze sul piano tecnico quale commercialista “forense”.

Nel primo video troverai l’elenco completo dei cinque video con l’indice dettagliato degli argomenti trattati.

Il primo video è liberamente visibile, mentre gli altri sono situati in area riservata, accessibile mediante registrazione con cui verrà inviata la password di accesso.

Usura bancaria - Video 1 di 5 Qui il link alla serie completa

Cassazione e interessi moratori

Il privato che va in banca a chiedere un mutuo per comprarsi la casa, è interessato quasi solo ad un aspetto: il tasso che pagherà, ovvero il “tasso corrispettivo“.

Magari guarda anche cosa succede se volesse rimborsare anticipatamente il mutuo (“vincessi la lotteria ..“).

Quasi mai si interessa di cosa succede in caso di suo ritardo di pagamento. Se chiede il mutuo, è perché pensa di poterlo pagare. La clausola sui ritardi di pagamento è tra le più difficili da comprendere. E comunque, ipotizzare l’insolvenza “porta male“.

Tasso di mora ed economia delle banche

La banca, invece, ha un approccio molto più scientifico. Sa che una percentuale (in questi anni crescente) di clienti, pagherà in ritardo almeno qualche rata del mutuo. In qualche caso, il cliente smetterà del tutto di pagare e allora sarà necessario far mettere all’asta l’immobile.

Per questi motivi, la banca prevede che ogni qual volta il cliente non paga regolarmente, il tasso di interesse corrispettivo viene maggiorato di un tasso addizionale, detto moratorio.

In questi anni, le banche soffrono (non solo sui mutui) di un elevato numero di mancati incassi di capitale e di interessi. Nonostante questo, sono in grado di pubblicare bilanci che mostrano un utile, proprio grazie agli interessi moratori, che gonfiano i ricavi anche se non generano liquidità.

La liquidità, incidentalmente, viene dalla BCE, che impresta loro denaro gratis o quasi. Recentemente, la BCE ha addirittura PAGATO le banche per prendere a prestito denaro. È per questo che le banche non fanno più la corte ai piccoli risparmiatori, così come facevano una volta. La BCE, però, vuole che le banche abbiano un elevato patrimonio netto o un’alta qualità media dei loro crediti. È per questo ultimo motivo, che le banche soffrono per il declassamento del nostro debito pubblico.

Il tasso di mora non serve solo ad abbellire i bilanci delle banche, ma serve anche a RIVENDERE i mutui. Esiste infatti un florido mercato, in cui le banche italiane vendono “pacchetti” di mutui a fondi ed istituzioni creditizie spesso all’estero (là dove i tassi di interesse italiani, più alti della media del nord Europa, fanno gola).

Nel mercato dei “Non Performing Loans” (NPL, ovvero crediti in sofferenza), il tasso di mora è cruciale. Per un broker inglese, per esempio, fa un mare di differenza sapere che un pacchetto di mutui rimborsati irregolarmente, rende – per dire – il 7 % (grazie alla mora) e non il 3 % (da puri interessi corrispettivi). Una parte dei mutui sarà già stata rimborsata prima della compravendita e quindi – in percentuale del residuo – la garanzia sale. Un’altra parte dei mutui sarà pagata in futuro (più o meno spontaneamente, ma sempre con gli interessi elevati) da chi ha paura di perdere la casa. Sull’ultima porzione si ricorrerà all’azione esecutiva. Oggi gli immobili si vendono con difficoltà, ma con un tasso di mora sufficientemente alto il tempo trascorre a favore del creditore, non del debitore. Nelle città dove il mercato immobiliare è intasato da molte esecuzioni immobiliari, con conseguente pressione al ribasso sui prezzi, le banche possono permettersi di non fare fretta ai delegati alle esecuzioni. Come un taxista fermo ad attendere il cliente, con il tassametro che gira.

Il 7 % è un numero che ho inventato io, ma è un fatto assodato che il tasso di mora è ben più alto di quanto non sembri scorrendo il contratto di mutuo. Questo tasso è infatti applicato NON sul capitale residuo, ma sulle rate scadute (composte di capitale ma anche di interessi) e sulle spese di esecuzione che la banca anticipa. Rispetto al capitale residuo, la somma di tasso corrispettivo e di tasso di mora producono una miscela spesso esplosiva. Per chi compra gli (i?) NPL e ottiene anche una riduzione rispetto al valore “facciale” del capitale, il tasso di rendimento effettivo può essere anche superiore al 7 %.

In questi periodi di tassi azzerati, o quasi, chi ha denaro da investire trova negli NPL affari golosissimi. Le banche venditrici, dal canto loro, guadagnano un miglioramento della qualità del loro attivo, che giustifica il sacrificio sul prezzo.

Sull’altra faccia della medaglia, ci sono i poveretti che non riescono a pagare il mutuo. Magari hanno pagato otto o nove anni di rate, su venti. Magari hanno dato in garanzia un immobile che valeva (ai tempi) il 40-50% in più dell’importo originario del mutuo. Eppure, dopo che la banca si è soddisfatta con il ricavato della vendita del loro immobile, si trovano … con un residuo debito!

E siamo in Italia, dove la vendita è (fortunatamente) sorvegliata dal Tribunale, non negli Stati Uniti, dove il creditore gestisce in proprio la vendita! Apro una parentesi: tanti economisti italiani si sono formati in America e quando scrivono di queste cose, danno per scontato che anche in Italia funzioni come nei libri che loro hanno studiato. Magari ci arriveremo, per forza di attrazione di quel modello culturale. È già successo in diversi altri ambiti. Nei paesi di tradizione religiosa protestante, incidentalmente, l’usura non è un reato.

 

 Il tasso di mora e l’usura

In Italia, come è noto, i tassi di interesse hanno un limite giudiziario costituito dalla soglia di usura.

La persona fisica (e SOLO la persona fisica), che decide la concessione di un prestito con tassi di interesse sopra la soglia, viene punito dalla norma penale.

Sul piano civile, la clausola che prevede interessi usurari è nulla. Lo stabilisce, dal 1996, l’articolo 1815 del Codice Civile, secondo comma.

In casi più rari, il tasso usurario viene sostituito dal tasso “legale” fissato dal codice civile. Dall’1.1.2018 il tasso legale è pari allo 0,3%. Può essere variato entro il 15 dicembre di ogni anno.

La Corte di Cassazione ha affermato in più sentenze che il tasso di mora deve rispettare la soglia di usura.

Ciononostante, diversi giudici, con ragionamenti molto particolari, continuavano a ritenere il contrario.

Il 30 ottobre 2018 è intervenuta una ulteriore sentenza della Corte di Cassazione (qui il link), che cerca di mettere la parola fine a questa diatriba.

La sentenza ha suscitato l’iniziale favore degli avvocati che seguono chi è in lite con le banche. Ecco, tra i tanti, una delle prime reazioni da parte degli Studi Legali.

Per i consulenti tecnici contabili, come me, questa sentenza fa nascere alcuni interrogativi. E apre la porta all’aumento della soglia di usura, a discapito dei futuri beneficiari di mutui.

Prima di entrare nel merito, vediamo ancora come si regolano OGGI Banca d’Italia e Ministero dell’Economia, nello slalom tra interessi corrispettivi e interessi di mora.

 

 Banca d’Italia e MEF, tra interessi corrispettivi e di mora

Secondo quanto prevede la Legge sull’usura (L. 7 marzo 1996 n. 108):

  1. ogni trimestre, la Banca d’Italia verifica i tassi medi praticati sul mercato. Le istruzioni e le formule preparate dalla Banca d’Italia a tal fine, finiscono di essere la principale guida anche per i consulenti tecnici in sede giudiziaria, che le usano invece per calcolare il tasso effettivo che la specifica banca ha poi praticato sullo specifico finanziamento oggetto di controversia;
  2. Banca d’Italia arriva così a determinare un singolo tasso medio, per ciascuna di quelle tipologie di operazioni che essa stessa ha suggerito. Oggi, vi sono 24 diverse tipologie di operazioni, che potete leggere nell’Allegato A del decreto ministeriale del 27 settembre 2018;
  3. il Ministero dell’Economia e Finanze (MEF) riceve dalla Banca d’Italia i tassi medi, calcola la soglia di usura e pubblica – poco prima dell’inizio di ciascun trimestre solare – un decreto con le soglie di usura valide per il trimestre successivo. Il calcolo originario, del 1996, era semplice (media + 50%). Dal 2011 è diventato complicato (il più basso tra: la media + 25% + 4 punti percentuali e la media più 8 punti percentuali). Se vi interessa qualche ulteriore chiarimento e considerazione sul cambio di meccanismo (che ha favorito le banche tradizionali a scapito delle società finanziarie e delle nuove banche), potete leggere il mio post del 6 settembre 2018.

Nella categoria dei mutui fondiari, fino al novembre 2018 la Banca d’Italia rilevava in ogni trimestre SOLO GLI INTERESSI CORRISPETTIVI.

Il MEF era ed è d’accordo con questa impostazione, visto che pubblica il tasso soglia DEI SOLI INTERESSI CORRISPETTIVI.

Per il quarto trimestre 2018, per esempio, sappiamo che per i mutui a tasso fisso le banche praticavano un interesse medio del 2,55% e che il mutuo viene considerato usurario, senza possibilità di prova contraria, ogni qual volta il tasso corrispettivo supera il 7,1875 %.

Nel testo del Decreto (ma non nella tabella dei tassi soglia) il Ministero informa il lettore che:

  1. i tassi effettivi globali medi indicati nel decreto NON SONO COMPRENSIVI degli interessi di mora contrattualmente previsti per i casi di ritardato pagamento;
  2. secondo l’ultima rilevazione statistica della Banca d’Italia, i tassi di mora pattuiti sui mutui ipotecari DI DURATA ULTRAQUINQUENNALE presentano una maggiorazione media del 1,9% rispetto ai tassi corrispettivi.

Nella Nota metodologica di corredo al Decreto apprendiamo poi che:

  1. tale tasso dell’1,9% non deriva da un’indagine a tappeto (ovvero sull’ “universo” statistico), così come per gli altri tassi, ma da un campione di circa 2 milioni di rapporti, accesi nel secondo trimestre 2015;
  2. le condizioni pattuite per l’eventuale ritardo nel pagamento, vengono “espresse come differenza media in punti percentuali tra il tasso di mora su base annua e il tasso di interesse annuo corrispettivo“. Dunque, anche la mora è riferita, in percentuale, al solo capitale residuo. Questo è molto importante, perché sui contratti di mutuo il tasso di mora non è normalmente espresso in questo modo, bensì come un tasso addizionale che si applica a TUTTO il debito non pagato alla scadenza, senza distinguere tra capitale ed interessi.

Sempre ancora sul tema della rilevazione statistica del tasso corrispettivo e del tasso di mora, vale anche la pena di leggere ciò che scrive la Banca d’Italia in un documento intitolato “Chiarimenti in materia di applicazione della legge antiusura“. È un documento del 2013, ma non risulta modificato e ad oggi compare sul sito della Banca. Ecco qui:

“Gli  interessi  di  mora  sono  esclusi  dal  calcolo  del  TEG,  perché  non  sono  dovuti  dal  momento  dell’erogazione  del  credito  ma  solo  a  seguito  di  un  eventuale  inadempimento  da  parte  del  cliente.  L’esclusione  evita  di  considerare  nella  media  operazioni  con  andamento  anomalo.  Infatti,  essendo  gli  interessi  moratori  più  alti,  per  compensare  la  banca  del  mancato  adempimento,  se  inclusi  nel  TEG medio potrebbero determinare un eccessivo innalzamento delle soglie, in danno della clientela. Tale impostazione è coerente con la disciplina comunitaria sul credito al consumo che esclude dal calcolo  del  TAEG  (Tasso  Annuo  Effettivo  Globale)  le  somme  pagate  per  l’inadempimento  di  un  qualsiasi obbligo contrattuale, inclusi gli interessi di mora“.

Su questo stesso documento si legge poi che:

“In assenza di una previsione legislativa che determini una specifica soglia in presenza di interessi moratori, la Banca d’Italia adotta, nei suoi controlli sulle procedure degli intermediari, il criterio in base al quale i TEG medi pubblicati sono aumentati di 2,1 punti per poi determinare la soglia su tale importo”.

Il tasso di 2,1% derivava da una vecchissima rilevazione del 2002, generica per tutte le forme di finanziamento e senza chiarimenti di metodo. Solo a fine 2017, Banca d’Italia ha aggiornato il dato e lo ha meglio definito, permettendo così al MEF di abbassare il tasso di mora all’1,9% specificamente per i mutui ipotecari, come riportato sopra.

Qui arriviamo al punto: Banca d’Italia ha ragione, quando scrive che le banche applicano  ai debitori morosi un tasso più alto del semplice tasso corrispettivo.

Se Banca d’Italia abbandonasse la rilevazione del tasso corrispettivo sui mutui e iniziasse a rilevare il tasso chiesto ai morosi, il tasso soglia salirebbe e non di poco. Ecco qui una simulazione che ho calcolato in riferimento al quarto trimestre 2018:

Tabella tassi soglia

Questo approccio della Banca d’Italia pare in sintonia con una sentenza della Cassazione del 3 marzo 2017 (la n. 5598), dove si legge: “Ha errato, allora, il tribunale nel ritenere in maniera apodittica che il tasso soglia non fosse stato superato nella fattispecie concreta, solo perché non sarebbe consentito cumulare gli interessi corrispettivi a quelli moratori al fine di accertare il superamento del detto tasso“. C’è chi interpreta questa frase in modo diverso da quello di Banca d’Italia, ma sta di fatto che la frase è stata citata e ripetuta testualmente anche nella sentenza successiva della Cassazione, la n. 23192 del 4 ottobre 2017.

 Le conseguenze sui futuri tassi soglia

Al punto 1.11, la sentenza della Cassazione del 30 ottobre 2018 afferma un principio importantissimo:

“Al fine di prevenire ulteriore contenzioso, questo Collegio reputa opportuno soggiungere due notazioni finali. La prima è che il riscontro dell’usurarietà degli interessi convenzionali moratori va compiuto confrontando puramente e semplicemente il saggio degli interessi pattuito nel contratto col tasso soglia calcolato con riferimento a quel tipo di contratto, senza alcuna maggiorazione od incremento: è infatti impossibile, in assenza di qualsiasi norma di legge in tal senso, pretendere che l’usurarietà degli interessi moratori vada accertata in base non al saggio rilevato ai sensi dell’art. 2  L. 108/96, ma in base ad un fantomatico tasso talora definito nella prassi di “mora-soglia”, ottenuto incrementando arbitrariamente di qualche punto percentuale il tasso soglia”.

Questa frase fa la gioia degli avvocati e dei professionisti che tutelano usurati e aspiranti tali. D’ora in avanti (se la sentenza si affermerà) gli avversari delle banche potranno paragonare gli interessi moratori che essi subiscono, con la soglia italiana calcolata SENZA interessi moratori. La loro soddisfazione viene dal fatto che più bassa è la soglia, più è probabile che si trovi l’usura.

L’asimmetria in danno alle banche è evidente. È però anche vero ciò che scrive la Terza sezione della Cassazione, ovvero che la Legge sembra volere un UNICO tasso soglia per ciascuna tipologia di finanziamento.

La frase suona critica nei confronti di Banca d’Italia e MEF, in quanto definisce fantomatico ed arbitrario quel tasso aggiuntivo (oggi dell’ 1,9%) che esse pubblicano.

Come consulente tecnico del Pubblico ministero e del Giudice civile, non condivido – su questo punto – l’esultanza dei professionisti anti-banche.

Infatti la sentenza introduce il dubbio che il tasso di mora debba essere verificato in modo indipendente ed autonomo rispetto al tasso corrispettivo mentre invece io ho sempre visto contratti dove la mora SI AGGIUNGE al tasso corrispettivo.

In altre parole, si riapre il problema se sia corretto SOMMARE nel TAEG gli interessi corrispettivi e quelli di mora – problema che sembrava risolto affermativamente, dopo le sentenze della Cassazione del 3 marzo e del 4 ottobre 2017 sopra citate.

Questa sentenza dedica molte pagine ad un esame (coltissimo e raffinato) dei motivi letterali, sistematici, esegetici e soprattutto storici (quest’ultima davvero interessante), che rendono assimilabili gli interessi corrispettivi e quelli di mora.

Ciononostante, la sentenza non menziona mai, come rilevante, il TOTALE degli interessi che il debitore deve alla banca. E non solo la Corte prescrive conseguenze molto diverse, per il supero della soglia, da parte degli interessi di mora rispetto a quelli corrispettivi.

Se gli interessi corrispettivi superano la soglia, il debitore non deve interessi. In teoria, può anche chiedere la restituzione di quelli pagati in precedenza.

Se invece sono gli interessi di mora a superare la soglia, allora – secondo questa sentenza – il debitore è meno favorito: gli interessi (SOLO di mora, devo pensare) non vengono azzerati, ma solo ridotti al tasso legale.

È vero che il tasso legale è oggi bassissimo, ma qui è il diverso CRITERIO che conta.

Questo differente trattamento sembra indicare che ci si trovi di fronte a due accertamenti diversi ed autonomi, uno sul tasso corrispettivo e l’altro sul tasso di mora. Entrambi i tassi effettivi andrebbero paragonati alla medesima ed unica soglia rilevata da Banca d’Italia, ma in modo autonomo per ciascuno dei due.

Se davvero fosse così, le conseguenze sarebbero importanti e a tratti paradossali:

  1. di fatto, la vera soglia di usura – per chi non paga puntualmente – finirebbe di essere DOPPIA: una soglia per gli interessi corrispettivi (che sono comunque e sempre dovuti, almeno fino a quando il debitore non decade dal beneficio del termine) e una seconda soglia, che si somma alla prima, per gli interessi di mora. Ai tassi fissi di oggi sui mutui, il cliente della banca era più tutelato dall’impostazione della Banca d’Italia, che considera il tasso di mora medio all’1,9% e non al 2,55%;
  2. chi è usurato solo sul tasso di mora e non anche sul tasso corrispettivo, non ha alcun tornaconto economico a cercare rimedi giudiziari – almeno fino a quando non smette di pagare puntualmente le rata del mutuo. Questa ipotesi è resa più verosimile, dal fatto che la sentenza appellata prevedeva “… che la nullità del patto di interessi moratori non potrebbe mai escludere l’obbligo dell’utilizzatore di pagamento degli interessi corrispettivi” e che la Terza Sezione della Cassazione ha ordinato alla Corte di Appello di Milano (dove la causa è tornata, in una diversa sezione) di NON PRENDERE IN CONSIDERAZIONE QUESTO PUNTO, perché il ricorso in Cassazionenon l’aveva contestato. Se ho capito bene, l’appellante ha quindi ottenuto una vittoria di Pirro: in sentenza non vengono menzionati suoi ritardi di pagamento; dopo cinque anni e due sconfitte, ora ha vinto, ma non può evitare di pagare gli unici interessi che lo toccavano per davvero;
  3. l’accertamento tecnico diventa inutilmente più complicato. Se io contraggo un finanziamento di 100 Euro, da rimborsare in dodici rate mensili, non rimborso nessuna rata e alla fine la banca mi chiede 120 – tra interessi corrispettivi e interessi di mora – è evidente che avrò subìto un interesse effettivo del 20% annuo. Perché andare a frazionarlo ulteriormente nei due tipi di interessi? Il finanziamento è unico ed è unico anche il tasso che ho pattuito nel caso peggiore, ovvero quello che scatta se non pago puntualmente.

La conseguenza più grave che mi attendo, però, è che la Banca d’Italia sia spinta da questa sentenza a cambiare il criterio di rilevazione del tasso medio praticato dal sistema bancario sui mutui fondiari.

Se la Banca d’Italia volesse interpretare alla lettera questa sentenza, per omogeneità dovrebbe pubblicare:

  1. un unico tasso per ciascuna delle categorie di finanziamento, senza più menzionare la maggiorazione percentuale in caso di mora;
  2. il tasso PATTUITO, ovvero quello più elevato, riferito al caso di mora.

Il danno per i nuovi richiedenti mutui sarebbe grave.

Come si vede nella tabella sopra, nel quarto trimestre 2018, per esempio, la soglia di usura per i mutui a tasso fisso non sarebbe più il 7,1875% bensì il 9,5625%.

Dall’usura bancaria al fallimento

Quando avrò terminato la serie dei cinque video sull’usura bancaria (tra pochi giorni), intendo produrre una nuova serie di video, dedicati al reato di “falso in bilancio” nell’ambito dell’insolvenza commerciale.

L’articolo comparso oggi sulla rivista Eutekne mi offre lo spunto per introdurre il discorso.

A giudicare dal titolo, l’articolo fa presagire una noia mortale per tutti, tranne che per avvocati e giudici.

Dietro ai discorsi tecnici, invece, c’è una realtà assolutamente bruciante per ogni amministratore di società fallita o persona dichiarata fallita in proprio, ovvero:
– da quando decorre la prescrizione (e l’eventuale indulto) del reato di bancarotta?

A buon senso, verrebbe da dire da quando uno ha “rubato” dall’impresa fallita o ha commesso uno degli altri fatti che la Legge qualifica come bancarotta.

E invece NO!

La legge stabilisce (con qualche dubbio, oggetto della sentenza) che la data in cui si considera commesso il reato è quella in cui viene dichiarato il fallimento.

In altre parole, se io amministratore di una Srl quindici anni fa mi sono fatto una vacanza a spese della società (magari quando la società andava a gonfie vele, e magari anche se io ero socio al 100%) e oggi la società viene dichiarata fallita, la mia “distrazione” (leggasi appropriazione) si considera come commessa OGGI.

Prima che arrivi la prescrizione (che è il modo con cui si concludono la maggior parte dei processi penali in Italia) … campa cavallo!

Usura bancaria e fallimentoL’articolo Eutekne

Usura bancaria – Far causa alle banche

Questo articolo de Il Fatto Quotidiano del 7 settembre 2018 capita “a fagiolo” durante la mia serie di video sull’usura bancaria:

Condivido con l’autore il fatto che:
1) vincere una causa contro una banca è difficile e scomodo;
2) chi dice il contrario, spesso millanta per tornaconto personale.

A volte succede, però, mentre vent’anni fa era impensabile.

Come si è passati da una fase all’altra, è una storia che vale la pena raccontare.

Segnalo anche che l’autore dell’articolo, Beppe Scienza, non è (principalmente) un giornalista, bensì un’autorità nel campo della matematica finanziaria ed un coraggioso difensore dei risparmiatori.

Anni fa, dalla sua cattedra presso la facoltà di Matematica dell’Università di Torino ha individuato operazioni anomale su obbligazioni quotate – solo studiando l’andamento dei corsi e visionando i documenti pubblici. La Consob (che ha strumenti ben più pervasivi) non era riuscita a tanto.

Alcuni dei commenti dei lettori all’articolo di Beppe Scienza sono altrettanto informati e interessanti.

Sul variegato (e non sempre serio) mondo tecnico-legale che istiga il pubblico a far causa alle banche, potete leggere il post che accompagna il mio video “Aspetti insoliti del mio lavoro – 6 di 10

FattoQuotidiano-Far_causa_alle_banche L’articolo su “Il fatto quotidiano”

 

 

 

 

Videoaspetti insoliti del mio lavoro Il video “Aspetti insoliti del mio lavoro

Tassi soglia

In questa tabella trovate il raffronto tra:

• alcuni tassi soglia oggi vigenti ai fini dell’usura;

• le stesse soglie, ma ricalcolate secondo la legge
originale.

Come vedete, a partire dal 2011 le soglie sono diventate più comode per chi dà a prestito denaro. Il rischio della contestazione dell’usura si allontana.

E non solo: il rischio è stato ridotto in modo più generoso per le tipologie di prestiti tipicamente effettuati dalle banche tradizionali, mentre la riduzione è modesta per le tipologie dove operano (anche) le società finanziarie e le nuove banche (mi riferisco a quelle finanziarie che si sono trasformate in banche). Anzi, in un caso (credito “revolving”, ovvero quello ai consumatori) la nuova soglia è addirittura più penalizzante.

Parlo di questi argomenti nella sezione 8 del mio video n. 2 di 5 sull’usura. Chi lo vuole vedere, qui il link. (I video sono situati in area protetta da password. Per chi non ha la password cliccare qui )

Sicuramente c’era almeno un buon motivo, sul piano logico, per modificare il criterio di calcolo. I tassi si erano rirotti così tanto, che con la vecchia soglia (tasso medio + 50%), le banche avevano margini di manovra ristretti in termini di assoluti. In gergo bancario: potevano allontanarsi pochi “punti base” dalla media del settore.

Trovo invece anomalo che la modifica sia avvenuta di punto in bianco, con un decreto legge immediatamente esecutivo, nonostante il criterio di calcolo precedente avesse funzionato senza critiche per più di quindici anni.

Questo fulmine a ciel sereno, tra l’altro, ha portato conseguenze indesiderate. Quando sono entrati in vigore i nuovi criteri – il 14 maggio 2011 – i tassi soglia del secondo trimestre del 2011 erano già stati fissati e comunicati con decreto ministeriale del 29 marzo 2011.

Quali, tra i due tassi soglia, si doveva utilizzare?

Dopo la solita confusione iniziale, è emersa la tesi di dividere il trimestre in due parti: fino al 13.5.’11 e dal 14.5.’11. Con non poche complicazioni in termini di calcolo (e forse anche di certezza del diritto, dico io, da non giurista).

Mi rifiuto di credere che questo “pasticcetto” sia passato inosservato all’esame preventivo dei tecnici del Ministero dell’Economia, che sono l’élite della pubblica amministrazione.
Mi sembra invece molto più verosimile che il cambiamento sia in relazione alle disposizioni sull’usura.

Nel 2010 ben due sentenze dalla Cassazione avevano stabilito che la commissione di massimo scoperto fa parte del costo del finanziamento ai fini dei calcoli del tasso effettivo applicato su ciascun conto corrente bancario, da paragonare con la soglia di usura. Nel 2011 una terza Cassazione scriverà in modo aperto che la Banca d’Italia ha sbagliato ad escludere la CMS dai conteggi della soglia.

Sull’onda di questo riconoscimento ufficiale, nel 2011 stavano arrivando alle Procure della Repubblica nuove denunce di usura, riferite a rapporti di conto corrente.

Il sistema bancario, poi, era in difficoltà anche su altri fronti, quali l’intreccio tra anatocismo e usura, la modifica del software per tener conto dell’inserimento della CMS nei calcoli, interventi legislativi altalenanti tra abolizione della CMS e sua reintroduzione con altro nome.

Il problema stava diventando “sistemico”.

Nel maggio 2011, l’aumento delle soglie di usura ha aiutato i prestatori di fondi, e soprattutto le banche, ad attenuarlo.

La mia tabella si basa sul decreto ministeriale 27.06.2018 (qui il link: Decreto Ministerale 27.06.2018). Sul decreto troverete anche i (nuovi) criteri di calcolo della soglia di usura.

#contenziosobancario

Tabella tassi soglia

Riforma della legge fallimentare – Incertezze

Segnalo un articolo comparso sul quotidiano on line Eutekne, diffuso tra i commercialisti.

Condivido l’incertezza, espressa dall’autore, sull’effettiva entrata in vigore della riforma del fallimento, che è legge ma che manca del decreto attuativo.

Il nuovo fallimento – Agenzia delle Entrate e INPS

Ritengo però che questo ritardo non sia frutto solo di incapacità, ma che rifletta i timori sulle conseguenze dell’entrata in vigore della legge. Il “nuovo fallimento” mira a far emergere l’insolvenza fin dal suo insorgere – senza aspettare che il “buco” si allarghi, come oggi succede quasi sempre, quando l’impresa continua a lavorare in perdita. Al momento, però, esistono moltissime imprese insolventi che continuano a lavorare. Se d’improvviso l’Agenzia delle Entrate e l’INPS segnalassero come potenzialmente insolventi tutte le imprese che non versano regolarmente imposte e contributi (così come vuole la nuova legge) ci sarebbe un’ondata di procedure fallimentari che si ripercuoterebbe negativamente sull’economia. In teoria, il fenomeno sarebbe passeggero, ma gli economisti (e l’esperienza di ciascuno di noi) insegnano che gli shock esterni possono innescare meccanismi a catena che si prolungano nel tempo. Quale governo è disposto ad accettare che questo avvenga sotto la sua amministrazione?

L’esdebitazione

Segnalo poi anche che la nuova legge sposta ulteriormente l’ago della bilancia a favore del capitale “dinamico” (quello gestito dagli imprenditori) e a danno del capitale “statico” (quello gestito dai risparmiatori e degli intermediari finanziari). Nell’indifferenza generale, la precedente riforma fallimentare ha fatto un regalo enorme agli imprenditori che sbagliano, ovvero l’ESDEBITAZIONE. Prima della riforma, alla chiusura del fallimento l’imprenditore rimaneva responsabile di quella parte dei suoi vecchi debiti, che non era stata pagata dal Curatore. Oggi invece, la chiusura del fallimento cancella TUTTI i debiti dell’imprenditore, quelli pagati dal Curatore e anche quelli che nessuno ha pagato. Salvo strascichi penali, l’imprenditore fallito può ripartire senza il peso dei vecchi debiti. Chi rimane danneggiato sono i creditori. La nuova legge si inserisce in questa scia, per così dire “all’americana”, e attenua ulteriormente le conseguenze negative del fallimento per l’imprenditore.

Non voglio dire che questo sia un male: forse hanno anche ragione quelli che prevedono maggior dinamismo economico dal dare una seconda possibilità a chi ha già sbagliato una volta. Però mi piacerebbe che se ne parlasse. Il sistema attuale, che fornisce scappatoie a chi (anche fuori dal fallimento) non paga i suoi debiti – per esempio – non mi sembra nè efficiente nè tanto meno equo.

Articolo Eutekne legge fallimentare

 

L’articolo Eutekne

 

#fallimento

Il commercialista e la vicenda Eternit

Cosa c’entra un commercialista con una vicenda da medici ed epidemiologi, come Eternit?

Qualsiasi procedimento penale dove non si identificano le “posizioni di garanzia” (ovvero gli amministratori – di diritto e/o di fatto – della società) non può neppure cominciare.

La vicenda Eternit

Nella vicenda Eternit (vittoriosa per l’accusa nei primi due gradi di giudizio, e poi estinta dalla Cassazione perché era passato troppo tempo dal momento del fatto, ovvero per prescrizione) l’accusa mi ha nominato come suo consulente tecnico per provare l’esistenza di un “amministratore di fatto”. L’incarico era particolarmente difficile perché la società era quotata in Borsa, formalmente non c’era un unico socio di maggioranza assoluta (almeno in alcuni periodi), all’epoca dei fatti c’era un presidente ed un amministratore delegato – non imputati – che erano certamente in grado di comprendere la situazione.

La registrazione della deposizione

Il mio primo intervento al processo Eternit presso il Tribunale di Torino è stato registrato e può essere ascoltato sul sito di Radio Radicale, a questo indirizzo.

Il commento

Il commento del quotidiano La Stampa alla mia deposizione al processo Eternit si può leggere a questo link.

Le diapositive proiettate

Ho ora pubblicato sul mio sito anche le diapositive che ho proiettato durante l’udienza.
Guardando le diapositive, mentre ascoltate l’audio, potrete avere una percezione dettagliata del ruolo del commercialista forense in una vicenda in cui occorre identificare le posizioni di garanzia.
Diapositive  (le diapositive sono situate nell’area “Pubblicazioni” protetta da password. Se non hai la password Clicca qui per richiederla

#posizionidigaranzia

Audio Processo Eternit (da Radio Radicale)

Commento del quotidiano “LaStampa

Commercialisti e Pubblica Amministrazione

Cosa hanno a che fare i commercialisti con gli appalti pubblici?
Effettivamente, pochi commercialisti hanno dimestichezza con il Codice degli Appalti. In alcuni casi, però, non possono farne a meno.

Per esempio, vi sono moltissime società commerciali (Srl e Spa) che sono controllate da enti pubblici e che assumono così la natura di “società in-house”. Queste società possono ricevere appalti senza gara dalla loro controllante, ma poi devono bandire una gara ogni volta che affidano in sub-appalto dei lavori.

Non sempre i sindaci delle “società in house” si rendono conto del particolare regime (a cavallo tra privato e pubblico) delle società che essi supervisionano.

Se vuoi saperne di più nella sezione “Pubblicazioni” è disponibile una mia breve pubblicazione sui sindaci delle “società in house”.

(La pubblicazione è situata in area riservata. Registrati per riceverla via mail)

#reatiPA